La brutalità politica sui corpi delle donne

“Hands off my hijab” è il motto delle donne in Francia che protestano per la libertà di indossare l’hijab.

“Jin, Jiyan, Azadi” è lo slogan delle donne in Iran che protestano per la libertà di non indossare l’hijab.  

 Le donne nel mondo invocano a gran voce una libertà che si traduce nell’avere il diritto di scegliere.

 Non concedere alle donne questo diritto significa esercitare una forma di controllo sui loro corpi e, qui, il problema non è l’hijab, il problema è più profondo e, risiede nella legittimazione di potere data a uomini che esercitano forme di sottomissione e di violenza nei confronti delle donne.

Mariem Chourak ha sedici anni e considera indossare il velo “un’espressione della propria devozione religiosa”, indossare l’hijab fa parte della propria identità, non farlo sarebbe per lei un’umiliazione.

 Mahsa Amini aveva ventidue anni, “aveva” perché è stata picchiata a morte dalla polizia morale poiché una ciocca di capelli fuoriusciva dal velo.

 Ecco che togliere l’hijab e tagliare i capelli diventa simbolo di protesta verso chi considera quei corpi sofferenti dei corpi invisibili.

Più leggevo queste storie e più pensavo all’Ancella, quel racconto ambientato in un futuro prossimo ma che interpella decisamente il presente. Il racconto dell’Ancella di Margaret Atwood è espressione della brutalità politica, meschinamente puritana che, fonda la sua legge sul corpo femminile.

 Dai silenzi al grido, il coraggio della parola parte dalla singola voce e giunge al coro di grida amare verso lo Stato più repressivo che non riesce a schiacciare i desideri.

Il diritto di scegliere è il diritto delle donne all’autonomia del proprio corpo, dall’inglese “bodily autonomy”. Significa poter decidere se indossare il velo oppure no. Significa se, quando e con chi avere rapporti sessuali, quando rimanere incinta e se abortire.

Governare sui corpi significa sottrarre a queste vite il diritto di scegliere.

Questo non è il modo di unirsi al dolore della vittima.

Tutto ciò che è accaduto nelle ultime ore ci mostra un mondo macabro e spaventoso dove il rumore dei clic per ottenere più visualizzazioni copre il silenzio dovuto di fronte ad una violenza.

Come può una persona condividere il video di uno stupro? Come può un giornale diffonderlo? E come può una politica approfittarne per fare propaganda?

Mesi fa scrivendo la tesi di laurea sulla narrazione della violenza di genere da parte della cronaca nostrana ho potuto analizzare vari testi di cronaca nera, e spesso mi sono ritrovata a leggere storie di donne uccise o violentate vendute come l’ultima fiaba romantica da proporre al mercato.

Vendere, vendere e vendere. Dai media alla politica si vendono notizie e si vendono idee in vista di un qualcosa: dalle visualizzazioni sul sito online di una testata per ottenere guadagno alla manipolazione delle menti nella capacità di legare elementi fuorvianti con lo scopo di enfatizzare una campagna basata sull’attacco alle minoranze.

Ed ecco che vendere al grande pubblico di utenti il video di uno stupro diventa l’occasione per plasmare l’obiettivo, ed ecco che vendere al grande pubblico di utenti il video di uno stupro diventa l’occasione per dimostrare ancora una volta il declino di una società.

Voi che avete visto il video, che lo avete condiviso o inoltrato sentite forse di aver aiutato la vittima? Oppure ancora una volta avete calpestato la sua dignità? Rispondetevi da soli e se proprio volete provare empatia e cercare la vostra umanità perduta mettetevi nei panni di una donna che dopo aver subito una violenza si rivede negli schermi e riascolta le sue urla. Voi in quel momento non la state abbracciando ma state usando le vostre incoscienti braccia per toglierle di dosso ulteriori diritti.

Cara politica, che tanto ti ostini a ricercare nella provenienza dello stupratore la causa della violenza di genere dovresti comprendere quanto la potenza del tuo linguaggio possa essere determinante. Ma fin quando la propaganda politica sarà basata più sull’odio che sull’umanità continueremo ad acquistare idee errate capaci di allontanarci da quello che è il succo del reale problema: l’autorizzazione di forme di potere sul corpo di una donna troppo spesso vittima di una società sorda.

La provenienza dello stupratore non incide sulla storica e radicata asimmetria di potere tra uomo e donna; così come la pubblicazione dell’atto violento non rende giustizia alla vittima ma, al contrario, la mortifica.

Questo non è il modo di fare politica.

Questo non è il modo di unirsi al dolore di una vittima.

Femminicidio: linguaggio e cultura

7 donne sono state uccise negli ultimi 10 giorni.

Mentre i femminicidi continuano a consumarsi davanti ai nostri occhi, nelle nostre città, nelle nostre strade e nei nostri palazzi che responsabilità ha ognuno di noi e che responsabilità hanno i media nella narrazione?

I femminicidi sono sempre stati trattati come fatti di cronaca nera isolati e privati, prima trasformati in fiction e poi minimizzati.
Ogni uomo che commette femminicidio è un uomo che non ha attenuanti, eppure non si legge mai nelle narrazioni giornalistiche dei casi di violenza contro le donne che l’assassino è un assassino. Non si dice di lui che è un uomo che odia le donne, una persona violenta o uno stupratore. Si narra del “bravo ragazzo conosciuto da tutti” o del “buon padre di famiglia” che per un improvviso raptus di gelosia o per un attimo di follia ha deciso di togliere la vita ad un’altra persona, ad una donna.

Mentre si chiede continuamente alle donne di denunciare, nessuno chiede agli uomini di smettere di uccidere. Assurdo, no?

La violenza contro le donne è un fatto pubblico che coinvolge tutti. Un fattore culturale che non si consuma solo all’interno delle mura domestiche.
Per ricercarne le cause occorrerebbe partire dalla nostra società e per produrre il cambiamento smantellare la cultura maschilista e patriarcale che ci soffoca ancora troppo.

Ma come si può intervenire sulla cultura? Partendo dal linguaggio.
Perché il linguaggio è un’arma e non è vero che valgono molto di più le intenzioni.
Esso è la terra su cui poi con il tempo si ramificano stereotipi e pregiudizi.

Utilizzare le parole giuste è molto importante , per questo:
I mass media devono cambiare linguaggio.
Le istituzioni devono cambiare linguaggio.
Ognuno di noi deve cambiare linguaggio. E qui entra in gioco la responsabilità individuale.

“era una poco di buono”
“stai zitta”
“che donna con le palle”
Sono solo la più piccola parte delle frasi che non vogliamo sentire più.

Non esiste un MA o un PERÓ dinanzi alla morte di una donna vittima di violenza.
Ogni donna è libera.
Ogni donna è stanca di sentire in televisione che dietro un femminicidio debba esserci sempre una giustificazione.
Basta.

Dialogo e interazione: arriva “Sbobiniamo”

All’università, dove ci si trova dinanzi ad una varietà di corsi, è possibile instaurare un certo tipo di rapporto, fatto di dialogo e scambio, con i docenti?

All’interno dei corsi di laurea, che contano numeri elevati di studenti a lezione, è complesso pensare ad un coinvolgimento personale da parte di ogni studente. Nonostante ciò, molti vorrebbero instaurare un rapporto di confronto libero, poiché considerato stimolante e utile ai fini della propria formazione.

Un buon numero di universitari sembra interessato a trarre profitto dalle lezioni accademiche. Gli esami finiscono quindi per rappresentare il culmine di un intenso percorso di crescita, scoperta e miglioramento; e non il mero obiettivo di chi frequenta l’università per collezionare una marea di voti e pochi contenuti.

Dunque, dialogo ed interazione si configurerebbero come i due oggetti di desiderio tanto auspicati da parecchi ragazzi che ricercano confronti e spunti di riflessione non solo mediante i professori, ma anche con i colleghi del proprio corso.

L’università, infatti, è un percorso che si co-costruisce, dove il contribuito di ognuno diventa un prezioso tassello da inserire per completare l’intero quadro.

Parlando della mia esperienza personale, durante il primo anno di università, ancor prima dello scoppio della pandemia, ho conosciuto tre splendide ragazze in facoltà. I nostri dialoghi sono stati indispensabili e il loro livello di interazione in aula mi ha spinta a fare sempre di più.

Con una di queste ragazze, Roberta, abbiamo ideato un sito, dal nome Sbobiniamo, con lo scopo di realizzare uno spazio comune in cui ognuno può esprimersi liberamente. Nel nostro sito vogliamo far nascere delle idee, intendiamo far comprendere l’importanza del confronto e del dialogo su temi di grande rilevanza sfiorati quotidianamente in aula. Professori e studenti diventano quindi fruitori e produttori di contenuti utili sia a livello individuale che collettivo,per un’esperienza decisamente arricchente!

Con la speranza che la nostra iniziativa sia apprezzata e condivisa dal nostro corso ma anche da tutti gli studenti che credono che il coinvolgimento in aula sia un punto essenziale per il proprio sviluppo.

Grazie per aver letto questo articolo!


In questo post Fb parliamo del nostro sito:
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Potresti dare un’occhiata, perfavore?☺️

Il Catcalling: una maschera per coprire brutte intenzioni

È mezzanotte. Una donna sta tornando a casa dopo una serata elegante, indossa dei tacchi a spillo e un abito nero. Adesso supponiamo che tale donna, nell’atto di camminare libera e tranquilla, si senta disturbata improvvisamente da un commento esplicito non desiderato seguito da un fischio. Provate ad immaginare il suo sangue gelarsi ed il suo cuore aumentare di battiti.
Questo vi sembra forse un “complimento”?
Mi rifiuto di credere che sia così.
Il problema è che la cultura in cui siamo immersi ci ha trasmesso l’idea che se sei una donna e ricevi un complimento non richiesto e dei commenti volgari per strada per il tuo modo di camminare e per il tuo corpo devi esserne solo onorata e andarne fiera.
Se sei una donna molto probabilmente ti sarà capitato nella vita di subire catcalling. Questo non vuol dire che le molestie sessuali per strada non capitino anche agli uomini, ma i dati parlano chiari sulla specifica componente di genere, che ricade più sulle donne.
Di fronte a tale fenomeno, non sono poche le ragazze che decidono di cambiare stile di abbigliamento, di non percorrere più certe strade e di tornare in casa ad un certo orario.
È angosciante il solo pensiero di sentirsi privati della libertà di girare come, quando e dove si vuole senza ricevere espressioni invadenti o strombazzate dall’auto.
Nonostante tutto ciò, in Italia il catcalling è continuamente sminuito. Per molti è solo un semplice apprezzamento o complimento. Si passa da “se non sai apprezzare un complimento hai qualche problema” a “continuando così non si potrà più dire nulla”, espressione questa che ha scocciato, e non poco.
Dunque, oggi, non bisogna intervenire sulle reazioni delle donne invitandole ad essere “più superficiali” e “meno esagerate”, a detta di alcuni, all’interno di un sessismo soffocante che sussurra a voce stridula di uscire, farsi belle e vestirsi per catturare lo sguardo maschile.
Occorre, invece, prendere consapevolezza del fenomeno ed intervenire a livello dei commentatori di strada. Bisogna partire proprio da qui. Il catcalling non è un complimento, ma solo una maschera per coprire brutte intenzioni.

Insieme si vince

Posso votare, posso studiare, posso scegliere la vita che voglio, posso indossare dei pantaloni, posso tagliare i capelli quanto voglio, posso investire nella carriera, posso raggiungere l’indipendenza economica. La Giornata Internazionale della Donna ha come obiettivo principale quello di stimolare una riflessione sul ruolo, le conquiste ed i diritti del genere femminile nel mondo.

Nel 1900 una serie di vicende portarono alla rivendicazione dei diritti e dunque alla nascita di una giornata a loro dedicata. In particolare, questa Giornata viene collegata a due avvenimenti storici: la morte, causata da un incendio, di un gruppo di operaie, che stavano scioperando contro le terribili condizioni di lavoro, in un’industria tessile di New York e la protesta delle operaie russe, contro lo Zar, durante la Rivoluzione di febbraio.

Secondo alcuni pareri la ricorrenza dell’8 Marzo è solo una “festa commerciale” priva di significati sociali, civili e umani. Secondo altri non è possibile celebrare tale ricorrenza in un momento storico in cui ancora l’emancipazione femminile è un processo in divenire e in cui la violenza di genere raggiunge picchi inauditi.
È vero, il processo di emancipazione è in continuo divenire. Proprio per questo bisogna riflettere. Anzi, credo proprio che questo sia l’obiettivo primario dell’8 Marzo.

Oggi siamo un passo avanti rispetto a ieri ma un passo indietro rispetto al futuro. I passi da percorrere sono ancora tanti ma, voglio celebrare la Giornata Internazionale della Donna con il sorriso e la speranza, raccogliendo i progressi di quest’ultimo periodo.
Sapete che in un anno sono successe anche tantissime cose positive?

In Danimarca è cambiata la legge: se non c’è consenso è stupro.
La Sierra Leone ha annullato la legge che proibiva alle studentesse in gravidanza di frequentare la scuola.
In Argentina è stato legalizzato l’aborto.
Il Sudan ha abolito le mutilazioni genitali femminili.
In Corea del Sud l’aborto non è più illegale.
La Costa Rica ha legalizzato i matrimoni tra persone dello stesso sesso.
La Scozia ha reso i prodotti mestruali gratuiti per tutti.

Il 2020 ha avuto come protagoniste le donne e le loro rivendicazioni. E grazie a loro possiamo dire di avere qualche diritto in più. Perché insieme si vince.

Il progetto “Le donne che hanno cambiato la storia” nasce da un’idea di Elena Raimondi ed intende valorizzare la figura femminile proponendo dieci ritratti di donne che hanno dato un’importante spinta al cambiamento.

Si sa, le donne soffrono ogni mese a causa del ciclo mestruale; quest’ultimo non è soltanto sangue e mal di pancia, ma è soprattutto qualcosa che rende le donne forti e determinate ogni giorno.
Per questo, Elena ha deciso di disegnare le donne su teli tipici degli anni ‘50/’60, usati per il ciclo.

Non tutti sanno che nell’antica Roma il ciclo era considerato una “malattia”. La sola presenza della donna poteva contaminare il cibo e l’agricoltura o condizionare le sorti di una guerra e l’esito di un buon affare. Soprattutto nel periodo storico caratterizzato dalla “caccia alle streghe” parlare di “mestruazioni” era molto pericoloso, le donne dovevano nascondere le perdite indossando indumenti rossi o spugne in grado di assorbire il flusso.
Durante la Prima guerra mondiale le donne furono obbligate a svolgere lavori pesanti sostituendo gli uomini ormai impegnati al fronte: di conseguenza era necessario per loro un assorbente comodo da indossare e pratico da trasportare.
Dal 1920 furono realizzati i primi in cotone e cellulosa, venduti con la formula self-service, perché comprarli sarebbe stato troppo imbarazzante!

Da angeli del focolaio, le donne iniziarono a diventare membri attivi dell’economia e della società collettiva, ma la visione maschilista ed il sistema patriarcale impedirono comunque un decisivo stravolgimento della considerazione del ruolo della donna. In quel periodo, nelle fabbriche la presenza femminile era avvertita come un “sovvertimento dell’ordine naturale e un attentato alla moralità”.
Nonostante l’“emancipazione lavorativa” le donne non erano ancora ascoltate. Così, si unirono solidali in un’unica voce, molto forte, nella rivendicazione dei propri diritti.
Il voto alle donne, o suffragio femminile, è una conquista recente nella nostra storia. il 30 Gennaio del 1945, quando l’Europa era ancora impegnata nella Seconda Guerra Mondiale, la questione venne trattata e votata come qualcosa di ormai “inevitabile”. Nonostante non tutti fossero d’accordo, le donne italiane votarono, per la prima volta, il 2 Giugno del 1946.

La storia dell’affermazione della figura femminile nella società è una storia di forza e coraggio, di energia inesauribile, di donne che hanno cambiato la storia.
Le dieci donne selezionate dall’artista Elena sono: Maria Montessori per l’educazione, Rosa Parks per i diritti civili, Frida Kahlo per l’arte, Madre Teresa di Calcutta per la religione, Rita Levi Montalcini per la medicina, Gabrielle Chanel per la moda, Anna Frank simbolo della Shoah, Margherita Hack per l’astrofisica, Lady Diana per la monarchia e infine Chiara Ferragni per l’imprenditoria.

Ciò che siamo oggi è il risultato di innumerevoli cambiamenti passati. Ciò che saremo domani lo dovremo ai passi compiuti oggi. Non bisogna mai dimenticare chi, prima di noi, ha speso passione e vita. Anzi, prendendo esempio occorre seguire la strada del cambiamento, un passo che Elena Raimondi ha fatto con il suo progetto per continuare a segnare la bellissima storia delle donne che, con o senza ciclo, abbandonano le debolezze e lottano per sé stesse e per il Mondo.

Dall’inizio della pandemia, l’idea di viaggiare è diventata più un sogno che una realtà effettiva.
In questi lunghi mesi ho provato un’irrefrenabile nostalgia di luoghi già visitati ed una forte curiosità di muovermi alla scoperta di posti nuovi. Ci sono stati giorni in cui ho sentito il desiderio di “vagabondare”, di muovermi libera spinta soltanto da un vento leggero e piacevole.

In quei giorni così carichi di desiderio, ho chiuso gli occhi e ho trovato quella libertà grazie all’immaginazione. Immaginare di poter correre in uno spazio senza confini o di tuffarsi in un mare profondo ti fa sentire viva, fin quando tieni giù le palpebre.

Oggi, colpita dalla medesima voglia di evadere, ho pensato di viaggiare tenendo gli occhi aperti. La nostra cultura, muovendosi dall’arte alla letteratura, è segnata da meravigliose esperienze di viaggi che abbiamo letto o osservato.

Dunque, mi sono subito catapultata nel 1818. Immedesimandomi nel celebre Viandante sul mare di nebbia di Caspar Davide Friedrich e mi son chiesta quali potessero essere le sensazioni provate davanti ad un mare irrequieto e ad un orizzonte poco visibile.
Ho continuato questo metaviaggio ricercando la pace interiore, la stessa che Edward Hopper rievoca nei suoi dipinti, e mi son messa nei panni della donna ritratta in treno mentre legge un buon libro. Che bella emozione!
Andando avanti sono giunta ad Arles, dinanzi al vasto campo di iris rappresentato da Vincent Van Gogh. Ai rumori della città si è sostituito l’allegro cinguettio. All’incertezza del periodo si è sostituita una fugace atmosfera di tranquillità.

Pensate un po’ di continuare questo viaggio passando per Venezia e arrivando in Cina percorrendo la via della seta nei panni di Marco Polo. Immaginate la curiosità e l’adrenalina nel rivivere il viaggio di Ulisse e poi quello di Dante, Enea, Platone e Filodemo.
Lo stupore di arrivare fin sulla Luna grazie ad Ariosto!

Credo di aver scoperto un nuovo modo di viaggiare. Ogni esperienza vissuta da altri può essere letta o vista da ognuno di noi con occhi diversi. Possiamo provare emozioni discordanti ad altri dinanzi alla medesima situazione. Siamo in un continuo divenire che trasforma perfino il nostro modo di vedere le cose. Ogni viaggio, reale o immaginario, ha tanti modi di essere vissuto e mai rievocherà le medesime sensazioni: per questo è unico.

Ultimamente ogni sera ,prima di andare a dormire, mi perdo tra le Stories registrate in archivio su Instagram. Mi piace rivivere ogni ricordo ed ogni emozione. Stasera mi sono soffermata sui ricordi di scuola. Gli anni al liceo. Come dimenticarli.
Così ho iniziato un monologo con me stessa e mi son chiesta cosa mi mancasse più di quegli anni. La prima cosa a cui ho pensato sono stati i legami costruiti con le persone. Attimi unici ed irripetibili si sono improvvisamente presentati dinanzi a me, e così ho sorriso.
Forse parlo troppo con me stessa in questi giorni , pertanto ho deciso di parlare alle persone che per cinque anni hanno colorato le mie giornate diventando una seconda famiglia, una seconda casa.
Quando a quattordici anni fai il tuo ingresso alle superiori, sei immaturo e terrorizzato alla sola idea di varcare la soglia di quella porta. Quando a diciannove anni esci fuori da quelle mura che hanno accolto momenti belli e brutti che siano, ti senti grande, ti senti libero e felice di aver portato a termine un percorso di maturità. Poi passano i giorni, passano i mesi, passano gli anni e la scuola ti manca, senti un nodo in gola e un vuoto incolmabile lasciato da quelle persone che avranno per sempre un posto riservato in prima fila dentro di te.
Cari compagni, non voglio definirvi “ex” compagni, sarebbe troppo triste e non ho ancora accettato l’idea che voi non lo siate più o che la nostra classe si sia improvvisamente dissolta nel nulla. Ricordo le chiacchierate prima di entrare in classe, gli sguardi rivolti in basso prima di un’interrogazione a sorpresa, l’ansia prima dei compiti in classe, le occhiate rassicuranti, le ore trascorse in palestra, le risate, le litigate, le assemblee di classe, le feste, i compagni di banco, gli aiuti, i discorsi sul futuro, le serate insieme, gli ultimi giorni di giugno prima dell’estate, la gita del quinto, i progetti insieme, l’ultimo primo giorno di scuola, la notte prima degli esami, gli esami, l’adrenalina, la solidarietà, la disperazione, la noia e la felicità.
Cari professori, avete seguito ogni nostro passo che dall’essere adolescenti ci ha trasformati in uomini e donne responsabili e speranzosi. Siete stati fondamentali. I vostri insegnamenti sono stati preziosi, i vostri sorrisi confortanti e le vostre critiche costruttive.
Ricordo tutto con immensa nostalgia, ma sono contenta di poter ricordare questi momenti unici. Io e i miei compagni abbiamo avuto la fortuna ed il privilegio di aver vissuto a pieno la scuola e il fatto che molti ragazzi non potranno sorridere ricordando pezzi di vita così meravigliosi, mi rende triste. Quando tutto passerà, per favore, svegliatevi allegri ogni mattina, andate a scuola col sorriso e ricordate ogni giorno che poi, con il tempo, la scuola vi mancherà.
La scuola ci fa crescere, ci insegna a stare al mondo e ci fa incontrare persone che porteremo per sempre nel nostro cuore.
Cari studenti, spero di vedervi al più presto, carichi di vitalità, tra i banchi di scuola.
Cari professori e compagni, non so se leggerete quanto scritto, ma nell’eventualità: vi auguro il meglio dalla vita e vi ringrazio per aver scelto le tonalità più belle per colorare tutti quei giorni trascorsi insieme.

<<Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare!>> pronuncerebbe un vecchio modo di dire ascoltato chissà quante volte; eppure, non sono d’accordo. Credo, in modo fermo e deciso, che tra linguaggio e azione passa molto poco, in realtà. Alcuni di voi si chiederanno cosa io intenda comunicare con tale affermazione. Pertanto, non trovo un modo migliore per chiarire la mia posizione, se non basandomi sul caso del momento: Trump.
Il potere delle parole si presenta quotidianamente, anche in politica, e quando il linguaggio politico non lascia spazio al confronto, ma anzi incita allo scontro, allora diventa una minaccia per la democrazia.
Analizzando il linguaggio dell’ormai ex Presidente Americano, Donald Trump, non possiamo distrarci dinanzi all’arroganza insita in ogni sua affermazione. Si tratta di un linguaggio che fa uso del corpo oltre che della parola e mediante al quale il leader dimostra audacia, violenza e virilità.
Trump, che conosce bene le tecniche del marketing e della comunicazione persuasiva, utilizza un linguaggio comprensibile a tutti. Qui si cela l’interessante: il tema politico è solo lo sfondo, l’obiettivo di coinvolgimento delle masse non viene raggiunto grazie ai contenuti politici espressi ma, soprattutto, grazie al modo in cui questi vengono presentati. È una comunicazione, la sua, che intende impressionare, emozionare, accendere gli animi, rievocare la rabbia repressa.
Numerosi studi, spesso legati ai casi di violenza domestica, dimostrano come la violenza fisica sia strettamente legata a quella verbale; quel “molto poco” di cui parlavo all’inizio, infatti, altro non è che la sottile linea di degenerazione del linguaggio in azione.
Trump è un caso, ma non l’unico. La storia è piena di leader che fomentano le masse spingendole alla violenza. E non è tutto, passa “molto poco” anche dall’America all’Italia.
Donald Trump e Matteo Salvini sono accomunati dalla volontà reciproca di creare una verità parallela in cui il linguaggio diventa il mezzo più efficace per esprimere: violenza, volgarità e semplicità. La storia dell’umanità è una storia di paura: la paura del diverso. Ed i nuovi guru del nazionalismo e del suprematismo fanno proprio questo: fomentano l’odio e la paura per il “diverso”. Salvini crea una barriera netta tra i suoi ideali e chi invece si oppone a quelli. Uno schema binario illogico, insomma, che unito allo slogan patriottico “prima gli italiani” genera violenza, fa paura.
Trump ha alimentato una rabbia repressa che è esplosa. L’America di sta svegliando. E l’Italia? Quando si sveglierà?